mercoledì 29 aprile 2020

Docenti sempre.

Eppure pensavo sul treno, che veloce corre verso sud, al lavoro dell'insegnante come il lento scorrere di un fiume, alla pazienza, agli spazi di libertà degli studenti, a tutto quello che per loro è velocità, battito d'ali, per il docente è costruzione paziente di saperi mai cristallizzati e inquadrati in scialbi algoritmi cataloganti presunti saperi.
Penso alla lenta e inesorabile passione che nasce quando impari che i conflitti si smussano con paziente lavoro di lima e ascolto; non certo nella giostra pedagogica di presunti esperti e nelle stanche teorie inconcludenti di " strizzacervelli" senza passione.
In mano a burocrati che scimmiottano formule pseudoscientifiche che non ci appartengono, la scuola muore sotto i colpi dell'efficientismo fine a stesso.
Per questo auguro a tutti i docenti novelli eroi post- moderni buone vacanze.

Dopo Bersani, il nulla.

Novelli opinionisti, stupendi " nuovisti " con lo sguardo rivolto al sole che nasce, ambientalisti che riscoprono l'olio di colza, estremisti della porta accanto, manipolatori del pensiero non pensante, intellettuali da social network, indignati figli di papà, grillini e grillacci stalinisti democratici del web, tutti a pontificare sulle primarie, sugli zombie e la vecchia politica il tutto condito con la solita retorica della casta che ruba e tutti a casa che con lo stipendio tolto a questi ladroni diventiamo un paese con più servizi della Svezia. 
Rispetto per le centinaia di volontari, rispetto per un partito plurale e democratico che fra mille insidie e difficoltà ha dato voce anche a chi all'interno dello stesso parla ancora con il noi e il loro, rispettato per chi si è fatto due ore di fila per scegliere.
Prima di parlare attaccate duecento manifesti in una notte, mettete in ordine una sezione di partito, se ne esistono ancora, ascoltate un vecchio militante che presidiava i cancelli delle fabbriche e ascoltate e sostenete il dolore delle vittime della delinquenza organizzata, solo dopo aver fatto questo aprite la bocca e forza BERSANI!!!

lunedì 27 aprile 2020

Pensieri veloci.

Risuonano in una stanza buia note leggere e nostalgiche, segno lontano e opalescente di ricordi che non si cancellano e che tutto sommato è bello rammentare. Essenza di tempi lenti e giocosi a cavallo fra discussioni innocenti e stupide.Tristezza che ti prende e che vivi serenamente perchè non la scacci come con le mosche fastidiose in una giornata afosa.
"Potremmo essere felici e fare un mucchio di peccato" Luca Carboni.

domenica 26 aprile 2020

Di Montale e di parole abusate.

Non chiederci la parola

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato / l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco / lo dichiari (…)

In Ossi di Seppia, del 1925, Eugenio Montale sembrava togliere ogni fiducia alla parola, descrivendo l’impossibilità di decifrare l’animo oppurecon le parole e di renderlo sulla carta. Eppure continuava a farlo, come tutti i poeti che lo hanno preceduto e come tutti quelli che verranno, finché esisterà la poesia.
La parola, nella poe0o0solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
Dopo la prima guerra mondiale, il poeta si dichiarava così antifascista e innocente e chiariva al lettore di non essere in grado di regalare una parola profetica, cosa che era successaP nel Simbolismo francese, o in D’Annunzio.
Voi, mie parole, tradite invano il morso / secreto, il vento che nel cuore soffia. / La più vera ragione è di chi tace.

Con le parole avviene quindi il tradimento del segreto del nostro essere, scrive ancora Montale in Ossi di seppia.
Albert Mehrabian, psicologo statunitense di origine armena, nel 1967 sosteneva che il 55% delle nostre impressioni e sensazioni sulle persone deriva dai loro movimenti del corpo e il 38% dalla loro voce. Solo al 7% si riduce l’importanza delle parole dette: esse non rimangono molto impresse nella memoria. Il vecchio proverbio italiano allora aveva ragione? “Il silenzio è d’oro, la parola d’argento”. Risuona uguale nella penisola iberica: “La palabra es plata, el silencio oro”.
Eppure, dalla Spagna, il poeta Blas de Otero, di Bilbao, nel 1955 chiedeva:

Pido la paz y la palabra
(tr. Chiedo la pace e la parola)

Questi versi rivendicavano fortemente l’importanza della parola, accostata all’ideale di pace, che comunque la precedeva.
La parola è spesso simbolo della possibilità di partecipazione, è l’espressione di un’opinione e la forma basilare di potere. È con le parole che un politico persuade i suoi elettori, parole abilmente accostate seguendo ancora le antiche regole della Retorica.
L’imperativo “Silenzio!” si sente usare in diversi casi: è un modo per educare i bambini, per dire a qualcuno che le sue opinioni non valgono, per stabilire una priorità, ad esempio durante le lezioni a scuola o nelle sale dei teatri.
Nelle canzoni italiane, la diatriba silenzio/parola ha guidato alcune tra le più belle “poesie in musica” dagli anni ’60 a oggi. “Pensieri e parole” di Lucio Battisti e Mogol ha quel conflitto nel titolo e “La donna cannone” di De Gregori mette al centro dell’amore il silenzio: E senza dire parole nel mio cuore ti porterò.
“Quello che le donne non dicono” di Fiorella Mannoia (scritta da Ruggeri e Schiavone) fa notare che l’apparenza e quello che si dice possono non corrispondere in pieno all’interiorità. Parole, soltanto parole, parole tra noi, cantava una delusa Mina, negli anni ’70, in una canzone che raccontava la storia di una donna annoiata dalle continue parole del proprio uomo, capace solo di illuderla.
Le mie parole sono sassi: Samuele Bersani, pochi anni fa, dedicava un’intera canzone alle parole, nell’album “Che vita!”.
E nel panorama internazionale abbiamo esempi eccezionali a favore del silenzio: “The sound of silence” di Simon & Garfunkel e il capolavoro dei Depeche Mode, “Enjoy the silence”:
Words are very unnecessary, they can only do hurm.
Ma con le parole, secondo Sigmund Freud, si può guarire dall’ isteria e da altri mali psichici: solo parlando, raccontando i propri stati emotivi e il proprio vissuto, si circoscrive il malessere per farlo uscire da sé.
Con le parole, inoltre, si seduce: lo insegnano Cyrano de Bergerac nella letteratura francese e Le mille e una notte nella letteratura araba, per esempio. Anche Paolo e Francesca si seducono vinti dalle parole di un libro che stanno leggendo insieme, nella Divina Commedia.
La morte è “muta parola”, una parola silenziosa secondo Ungaretti: Morte, muta parola (“Canto Secondo”, 1932), in Sentimento del Tempo.
Con il silenzio risponde l’angelo custode di Rafael Alberti in “Paradiso Perdido”, lirica che apre la raccolta Sobre los angeles (1928). Il poeta chiede al proprio angelo dove si trova il Paradiso, e con rammarico riporta il suo silenzio, lo stesso, d’altronde, di cui si lamentava Santa Teresa d’Avila nella poesia: “Decid, cielos y tierras”.
Silencio. Màs silencio. Scrive ancora Rafael Alberti nella stessa lirica: i suoi tentativi di risvegliare l’angelo, che appare morto, sono seguiti dal silenzio. È motivo ricorrente quello dell’assenza della parola, in questa raccolta del poeta surrealista spagnolo.
Forse, per poter dire davvero se è più importante il silenzio o la parola, dobbiamo fare prima un po’ di silenzio.
 

venerdì 24 aprile 2020

A proposito di 25 aprile.

Alla maggior parte degli italiani il fascismo piace. Sono fascisti perché derogano i loro problemi, perché non gli piace pensare, pensare è fatica quotidiana. Sono fascisti perché non hanno bisogno del fez e del saluto romano, basta esibire e andare orgogliosi della propria ignoranza. Sono fascisti perché :" fai quel che dico, non quello che faccio". Sono fascisti che " amano " il sacro suolo italico ma poi al Nord dopo gli sporchi islamici e i negri malati e stupratori ci sono i terroni, perché al sud invece tutti borbonici. Sono fascisti perché le tasse le pagano gli altri, i corrotti sono sempre gli altri. Sono fascisti perché neanche la Costituzione riesce a convincerli, sono fascisti perché la Segre invece di portarla in processione la scortano due carabinieri. Sono fascisti perché in fondo quando c'è da metterci la faccia scappano di notte dentro un autoambulanza   come il loro idolo. Sono fascisti perché danno fuoco a librerie e pestano gestori di cinema alternativi, sono fascisti perché li spaventa a morte il bimbo di colore che nasce e cresce in Italia perché sempre un " negro " rimane. Sono fascisti perché tante volte basta essere estremisti anche di un altro colore, per scrivere che  c'è una setta segreta di " froci " che vuole distruggere la famiglia tradizionale, salvo poi andare a zoccole sulla tangenziale. Sono fascisti perché la " maria " è droga, la " bamba " è un diversivo. Sono fascisti perché sono deboli.

martedì 21 aprile 2020

Lettera aperta a Vittorio Feltri.

Caro Feltri io non ti insulto, se qualche volta l'ho fatto, dicendoti che te la fai spesso sui pantaloni ti chiedo scusa.
Da dove vengo io, profondo sud che più profondo non si può, le persone anziane, non i vecchi rincoglioniti come avrebbe detto e scritto lei con il suo linguaggio colorito, si rispettano perché custodi di memorie e storie.
Lei sta vivendo questa ultima parte della sua vita male, perché ha fatto emergere tutto il peggio che una certa " cultura nordica " ha sempre propagandato, dipingendo il meridionale come brutto, sporco e cattivo ed anche deficiente, nel senso di mancante.
Sa qual è il problema? Che lei, chiuso nella sua bella casa di Bergamo, che tra l'altro è una città bellissima, non riesce o non vuole guardare al di là del suo naso, tranquillo non faccio battute sul suo aspetto fisico.
Lei è come tutte quelle persone che non sono mai uscite dal proprio quartiere, che credono che il sole sorga e tramonti nel proprio recinto geografico e mentale che sicuramente si ferma qualche chilometro prima di Piacenza.
Magari mi sbaglio, magari avrà girato il mondo, ma l'ha fatto con gli occhi, le orecchie e il gusto di chi cerca la polenta a Nairobi o di chi sostiene convinto che il teatro greco di Siracusa, sia da abbattere magari costruendoci sopra un bel capannone utile alla logistica, perché tutti lo sanno, prima gli sghei; d'altronde la cultura è una cosa da ricchioni al limite da meridionali frustrati che studiano per poi insultarti sui social.
Comunque non penso, quando vieni fuori, in tutto il tuo splendore di noto pensatore longobardo, che il tuo sia un problema di arterie poco funzionanti.
Penso piuttosto che in quello che dici e scrivi ci sia del metodo finalizzato alla vendita del tuo giornaletto insignificante.
Conosci bene i tuoi polli, li hai allevati per anni a insulti e razzismo, sai benissimo che più aumenta la quantità di letame, che giornalmente, con maestria degna di menzione spali, più la tua tasca, insieme a quella del tuo editore, che ti permette simili porcherie razziste, si gonfia.
Vedi caro Feltri, prima o poi il conto lo paghiamo tutti, ed ho come l'impressione che il tuo sarà particolarmente salato.

22 febbraio 2020. Ore 17:45 Lodi.

Sono ore difficili per la città che mi  ha adottato.
 Tutto corre in maniera anomala, le persone con i carrelli pieni nei supermercati, si guardano, si scrutano, fanno finta che questo sabato sia uno come tutti gli altri.
 I medici nelle farmacie ti attendono con mascherine che non sono quelle dei bimbi che si riversano in piazza, maschere da scenario post - atomico. 
L'orecchio attentato a intercettare  suoni di ambulanze e sirene della polizia che le scortano.
 La mia ansia vestita da razionalità cartesiana. 
Lo sguardo di madre e donna di mia moglie, la dolce incoscienza del mio piccolo cucciolo, che mi chiede di uscire per fare una passeggiata.
 I miei colleghi in "quarantena"  che compulsivamente cercano una soluzione a problemi più grandi di loro. 
I miei alunni che venerdì mattina ascoltavano sbigottiti, le mie risposte vaghe, a domande piene di legittima voglia di sapere.
 Il tempo fermo di una cittadina di provincia a due passi dalla metropoli, sospeso in secondi, minuti e ore senza una visione complessiva del fenomeno.
 Ma soprattutto un dolce pensiero alla mia collega che tiene in grembo il suo bimbo e al suo compagno forte e resistente come un gigante, possiate riprendere in mano la vostra vita con la gioia e  la voglia di correre  che sempre vi ha contraddistinto.

Epopea di riscatto e dolore.

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